Pascal Khoo Thwe nel libro ‘Il ragazzo che parlava col vento’ racconta la sua vicenda di protesta e di passione, il prezzo che ha dovuto pagare – l’uccisione della fidanzata e di alcune persone care – la fuga per ritrovare la libertà e il coraggio di denunciare le violenze e le oppressioni subite.
Titolo: Il ragazzo che parlava col vento
Genere: Scienza Politica
Autore: Pascal Khoo Thwe
Traduzione: Lorenzo Fazzini
Editore: Piemme
Anno: 2008
Collana: Narrativa
Informazioni: pg. 404
Codice EAN: 9788856601732
Prezzo Book Shop: € 15,73
Prezzo di listino: € 18,50
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IL LIBRO – Il color zafferano delle tuniche dei monaci, che sfilavano per protesta nella Birmania in rivolta, è ormai scolorito nella memoria pubblica internazionale. Questo avviene proprio ora che, paradossalmente, sarebbe ancor più necessaria un’attenzione vigile su un Paese “buco nero” del mondo, dove i diritti umani, tra cui la libertà di parola e di religione, vengono manovrati e ristretti a piacimento dal regime militare di stampo socialista. È questo il motivo per il quale Pascal Khoo Thwe, dissidente birmano e oggi scrittore residente a Londra, alza la voce per riannodare i fili della sensibilità collettiva sulle condizioni di vita del “suo” Myanmar (il nome ufficiale della Birmania dopo il colpo di stato del 1988), da dove fuggì nel 1989 per rifugiarsi a Cambridge, grazie all’amicizia “complice” di un professore dell’ateneo britannico, John Casey.
L’AUTORE – Pascal Khoo Thwe è nato nel 1967 in una remota regione del Myanmar, conosciuta un tempo come Regno degli Shan, in uno dei tanti gruppi etnici presenti nel Paese: i Pandung. Nel 1989 è giunto come esule in Inghilterra dove ha iniziato a studiare Letteratura inglese a Cambridge, laureandosi nel 1995 su interessamento del professor John Casey, che l’aveva conosciuto in Birmania come studente. Attualmente vive a Londra. Questo è il suo primo libro, che nel 2002 ha vinto il Kiriyama Prize per la categoria “non-fiction”.
In una recente intervista Pascal ha detto: «Sono fuggito dal mio Paese per diventare un esule attivista: ho perso i miei familiari e l’unico amore della mia vita. Vivo per denunciare al mondo l’orrore e le atrocità che si commettono nel Myanmar. L’ONU e l’Unione Europea potrebbero intraprendere varie iniziative, ma fino a oggi hanno avanzato solo scuse. Non abbandonate la mia Birmania».
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